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Alla Sahara Marathon con Massimo Carnevali

Tutto cominciò poco prima dell'estate 2000. L'amico ortodontista e podista Leo, fra un controllo e l'altro dei denti dei miei figli, mi propose di andare a fare una maratona nel deserto, così, brutalmente.

Considerato che erano nove anni che non correvo più una maratona, la proposta mi colse un po' di sorpresa. Non sono uno dei maratoneti più "infoiati" del gruppo perciò l'idea suonava strana, non vado a fare la maratona di Calderara e non ho mai nemmeno fatto la maratona di New York e tu mi vieni a proporre il deserto?

La proposta cadde nel nulla per alcune settimane poi Leo tornò all'attacco, con l'appoggio di Bruno, e si delineò una prospettiva diversa. Non si parlava più solamente di correre ma si cominciava a parlare di solidarietà, di campi profughi... La cosa cominciava a farsi interessante.

Passata l'estate non c'erano più dubbi, si trattava di andare a fare una maratona (distanza tradizionale, non follie a tappe in autosufficenza, una "semplice" maratona) e di cogliere l'occasione per fare della vera solidarietà, non mediata da alcun ente istituzionale, per i profughi Saharawi che vivono in esilio. A questo punto diventava impossibile dire di no.

Partiva da qui l'avventura mia, di Bruno, di Leo, di Fausto, di Vittorio, di Carla e di tutti gli altri podisti bolognesi verso la "Sahara Marathon".

La preparazione culturale

Un evento di questo tipo va innanzi tutto preparato culturalmente, e così la prima fase di avvicinamento alla maratona è stata quella di cercare di leggersi tutto il possibile sul popolo Saharawi, sul deserto del Sahara e sulla storia politica recente del Sahara Occidentale. Internet è una fonte inesauribile di materiale... ma anche le bancarelle delle Organizzazioni Non Governative alla Festa Nazionale dell'Unità possono essere molto utili.

Così facendo scopro che il Sahara Occidentale era un possedimento spagnolo fino al 1975, anno in cui la Spagna si ritirò dalle sue colonie e il Marocco si annettè con la forza questo territorio costringendo all'esilio buona parte del popolo Saharawi che viveva in quelle terre. Il perché di questa annessione forzata è facilmente derivabile dalla ricchezza di fosfati del terreno e dalla pescosità delle acque territoriali antistanti l'ex Sahara Occidentale.

L'annessione forzata dei territori da parte del Marocco diede inizio ad una guerra combattuta fra l'esercito regolare marocchino ed il fronte di liberazione Polisario, che rivendicava l'indipendenza dell'ex colonia spagnola ed il ritorno sulle proprie terre del popolo Saharawi. Dall'inizio di questa guerra il popolo Saharawi vive in esilio su terreni desertici concessi dalla confinante Algeria. Le condizioni di vita sono ovviamente proibitive per la totale mancanza di fonti di sostentamento naturali.

Questa situazione precaria non ha però impedito al popolo Saharawi di proclamare nel 1976 la nascita della Repubblica del Saharawi in esilio, fisicamente ospitata in territorio algerino ma, di fatto, uno stato indipendente. La maratona del 27 febbraio 2001 nasce proprio per festeggiare i venticinque anni di vita di una delle poche nazioni in esilio esistenti al mondo.

La Repubblica del Sahara Occidentale è ora un insieme di quattro tendopoli, che ospitano circa duecentomila persone, con i nomi delle antiche città in cui vivevano gli uomini del deserto prima dell'invasione marocchina dei loro territori (Smara, Aoserd, L'Ayoun e Rabuni).

L'Onu sta tentando di imporre un referendum che sancisca, in maniera pacifica, l'assegnazione dei territori dell'ex possedimento spagnolo al Marocco oppure agli abitanti originali, i Saharawi appunto. La presenza dei caschi blu dell'Onu conferma l'esistenza di uno stato di guerra in quelle terre. Fortunatamente, da alcuni anni, le armi tacciono e l'unico segno tangibile di uno stato di belligeranza è il lunghissimo muro, circondato da campi minati, che il Marocco ha costruito per marcare i confini dei suoi nuovi territori. Nell'attesa della proclamazione del referendum, i duecentomila Saharawi in esilio vivono in condizioni precarie in queste tendopoli, dove alcune Organizzazioni Non Governative cercano di dare un minimo di sostegno a questo popolo del deserto.

La solidarietà

La fase di preparazione culturale ha consolidato la prospettiva del viaggio. È la prima volta che ho l'occasione di fare qualcosa di concreto per qualcun'altro. Non sono le solite mille lire al semaforo o l'adozione a distanza su cui ti rimane sempre il dubbio che quanto versi finisca solamente in parte al destinatario finale. Questa volta no, c'è un ambulatorio dentistico intero, che andremo a portare in un ospedale della città di Rabuni. Ma non basta, vogliamo cogliere l'occasione per essere di aiuto direttamente, potremo portare materiale didattico alla scuola "9 giugno" (sempre di Rabuni), bisognosa di tutto ciò che per i nostri figli è l'ovvio e il quotidiano. Anche le famiglie che ci ospiteranno si aspetteranno qualcosa da noi, e noi potremo, per la prima volta, fare qualcosa di concreto per loro, direttamente, senza intermediari.

I nostri fondi e la nostra buona volontà non bastano e così si organizza una cena (con menù africano ovviamente) per raccogliere altri fondi per acquistare altro materiale didattico per la scuola. Il mio contributo organizzativo è minimo per colpa del lavoro che mi tiene lontano da Bologna, ma cerco in ogni modo di darmi da fare, sfruttando Internet, per raccogliere adesioni. La cena è un successo, tanti amici si danno da fare e la sala è stracolma, potremo comperare tanto materiale e i ragazzi Saharawi saranno sicuramente contenti.

La preparazione tecnica

Il primo pensiero è stato: ho corso l'ultima maratona nel 1992 (in 2:58 però!), ma da allora ho fatto solo un paio di tentativi, entrambi falliti intorno al trentesimo chilometro. La decisione però è presa, preparerò questa gara come se fosse una maratona qualsiasi, non penserò al deserto, ma mi darò come obiettivo quello di arrivare in fondo alla gara con un tempo qualsiasi, poi ci sarà modo in seguito per ritentare una maratona "normale" ad un ritmo decente. Il deserto si aspetta solamente un arrivo al traguardo che riscatti tanti ritiri.

La preparazione sono i soliti, tanti, lunghi lenti. Tanta pazienza in allenamento e qualche gara lunga per spezzare un po' la monotonia dei "lunghi". Durante le sedute di allenamento collettive mi rendo conto che, mentre sui 10.000 sono stato in grado di mettere in fila tutti i miei compagni di viaggio, sulla maratona sono tutti più forti e rodati di me. Mi impressiona la facilità con cui assorbono fisicamente e mentalmente questi allenamenti; Bruno è un diesel impressionante, a volte sospetti che potrebbe correre per giorni interi senza mai fermarsi (se non per fare il pieno di dolce al mascarpone), Leo unisce resistenza a velocità (basta che il terreno sia pianeggiante), Fausto è caparbio e tenace e lotta contro una contrattura muscolare, Mattia ha l'irruenza della giovinezza, mentre Vittorio ha corso più maratone di tutti noi messi assieme e può permettersi di affrontare la vigilia in scioltezza.

Gli organizzatori ci rincuorano, i tratti di sabbia morbida non dovrebbero superare il 10% del percorso, il resto dovrebbe essere sabbia battuta e letti di fiumi in secca. Scopriremo in seguito che non bisogna mai fidarsi degli organizzatori, in fondo è come chiedere all'oste se il suo vino è buono.

Durante gli allenamenti solitari provo ad immaginarmi cosa saranno quarantadue chilometri nel deserto, passo da momenti di euforia, in cui sogno improbabili cavalcate trionfali, a momenti di disperazione in cui mi vedo stroncato dalla dissenteria intorno al trentesimo chilometro. La preparazione mi porta a fare, in perfetta solitudine, un allenamento di due ore collinare e un lungo lento invernale alle 6 del mattino, non l'avevo mai fatto neanche ai tempi d'oro, considero queste prove di "autosufficienza podistica mentale" un ottimo segnale, forse ce la posso fare. Un altro ottimo segnale per tutti quanti viene dalla "Maratonina Lolli" dove chiudiamo la mezza maratona sotto l'ora e ventotto minuti: è un risultato che ci dà molta carica.

Il viaggio di avvicinamento

Il viaggio di avvicinamento è lungo e faticoso, ci sono tre aerei in mezzo e tante sale di attesa in aeroporti non sempre confortevoli. L'impatto con l'Africa non è proprio come ce lo aspettavamo, ad Algeri piove e c'è la nebbia. Ci viene il dubbio di essere atterrati a Comacchio. Vorremmo scattarci una foto con l'autoscatto dalla terrazza dell'albergo per provare che noi eravamo lì, ma la nebbia avvolge la baia e così il risultato finale è indistinguibile da una gita a Marina di Ravenna.

A parte questi dettagli, la tappa ad Algeri risulta un po' deludente, una grande caotica città dove veniamo scortati ovunque e dove i giornalisti al seguito sono isolati dal gruppo per motivi di sicurezza.

L'idea iniziale era quella di arrivare a Smara (luogo di partenza della maratona) nel primo pomeriggio della domenica avendo tutto il lunedì per riposarci, perché la maratona era in programma per martedì. Arriviamo a Smara la domenica sera, senza aver né pranzato né cenato, e scopriamo che la partenza della maratona è stata anticipata al lunedì. Siamo sconvolti e affamati; appena arrivati ci buttiamo su pane e datteri per cercare di assorbire un po' di energie, le barrette energetiche della nostra scorta diventano il cibo della vigilia. La notte la passiamo in bianco, stesi sui materassini, in una tenda Saharawi. Fuori il cielo è di una bellezza che mozza il fiato, la volta stellare è incredibilmente piena di stelle; oscilliamo fra l'esaltazione per la situazione e l'angoscia per quello che ci aspetterà il giorno dopo.

La maratona

Poche ore passate a guardare il soffitto della tenda ed è già ora di avviarsi sul luogo di partenza. Trangugiamo qualche barretta per raccogliere un po' di energie, ci spalmiamo di olio solare e ci posizioniamo al via. La giornata è fresca e ventilata perciò abbandoniamo le borracce agli accompagnatori, ci sono circa 6 gradi sulla linea di partenza. I minuti prima del via scorrono in un attimo, prima di rendercene conto qualcuno spara e cominciamo tutti a correre all'interno del villaggio. Le donne urlano un verso strano muovendo la lingua, i bambini ti danno il "cinque", i cammellieri ci seguono per qualche centinaio di metri finché non arriviamo sul cemento dell'unica pista asfaltata della zona.

I primi cinque chilometri sull'asfalto volano, poi, improvvisamente, voltiamo a sinistra, usciamo dalla strada: comincia l'inferno. L'impatto con il vento è traumatico, i primi metri ho la sensazione di correre con qualcuno aggrappato alla maglietta, il fondo risulta essere sabbioso con una compattezza oscillante fra uno sterrato morbido e tratti in cui affondi fin quasi alle caviglie, non c'è un metro di pianura, è un continuo saliscendi; mi rendo conto improvvisamente che sarà molto più dura del previsto.

I nostri riferimenti dovrebbero essere dei copertoni infissi nella sabbia e dei pilastrini bianchi posti ogni uno o due miglia, ma le asperità del terreno e l'assenza di una pista tracciata ci portano ad aprirci a ventaglio cercando il percorso migliore per arrivare al riferimento successivo. Leo e Bruno mi hanno lasciato da tempo, io decido di rallentare per cercare di limitare i danni prodotti dal fondo sabbioso e dal vento, l'obiettivo è, e rimane, quello di arrivare in fondo.

Il deserto è uno spettacolo incredibile, sul culmine delle dune la vista si apre per chilometri senza un confine visibile, è un panorama a cui nessuno di noi è veramente preparato. Rimango da solo, cerco di seguire da lontano le impronte di un ragazzo algerino che mi sembra molto sicuro di sé. Fortunatamente ogni due chilometri e mezzo troviamo i ristori e beviamo anche se lo stimolo della sete non è fortissimo, la temperatura non è salita molto e il vento ci mantiene freschi.

Verso metà gara c'è una duna più alta delle altre, cerco la traiettoria migliore per salire; in cima mi attende uno spettacolo mozzafiato, sotto di me si stende un'immensa tendopoli Saharawi, la gara attraversa la strada principale dove ci sono donne che urlano, bambini che corrono e vogliono darti un "cinque", cammelli in libertà che ti corrono a fianco, uomini che applaudono, un delirio. Mi viene la pelle d'oca, accelero bruscamente, non rifiuto nessun "cinque", ringrazio tutti quelli che applaudono, sono galvanizzato e l'adrenalina scorre a fiumi.

All'uscita del villaggio c'è il passaggio alla mezza maratona, dove transito in un'ora e cinquantatre minuti e dove trovo Bruno in piena crisi che cammina. Ripartiamo assieme dopo il ristoro e cerchiamo di continuare a correre contro il vento e contro la sabbia. Un'apparizione surreale, un'acacia, l'unico albero del percorso, perso nel nulla del deserto, pieno di foglie; il primo pensiero è "Ma come fa a vivere qui?".

Intorno al venticinquesimo chilometro incontriamo la jeep con la troupe televisiva e con gli amici italiani, cerchiamo di sorridere e di darci un contegno, ma i nostri commenti sono abbastanza pessimistici, un paio di frasi probabilmente saranno tagliate dalle riprese. Poco dopo l'incontro con la troupe televisiva sento i primi segnali dei crampi alle cosce, mi fermo immediatamente e invito Bruno a proseguire da solo. Faccio un po' di stretching, cammino qualche passo ma la crisi tarda a passare. Decido di camminare qualche centinaio di metri per dar tempo alle gambe di riprendersi; dopo poco, faticosamente, riesco a ripartire.

Le segnalazioni chilometriche spariscono, i fittoni di riferimento si diradano, intorno al trentaduesimo chilometro sento di nuovo le gambe che iniziano a bloccarsi. Mi fermo, ricomincio a fare stretching, mi accuccio a terra per stirare i quadricipiti, quando mi rialzo mi si ferma il cuore: mi rendo conto che attorno a me non c'è nessuno, a perdita d'occhio non ci sono riferimenti, non ci sono persone, solamente sabbia e le gambe mi fanno maledettamente male. Mi prende un attacco di panico: se vedessi una jeep ci salirei su al volo, ma non vedo assolutamente nulla. Cerco di calmarmi, il vento non ha ancora cancellato le mie impronte perciò decido di ripartire in direzione opposta alle mie ultime impronte, cammino lentamente per pochi metri e scopro che ero in un avvallamento che mi precludeva la vista dei dintorni. Dalla cima della duna vedo un podista in lontananza e un fittone bianco in fondo in fondo. Rincuorato, riparto.

La terza grossa crisi di crampi arriva intorno al trentacinquesimo chilometro: è un tratto durissimo con saliscendi e sabbia morbida. Mi fermo al ristoro, bevo. Sto per aprire una barretta energetica, ma decido di optare per un mazzetto di datteri, ancora attaccati ai loro rametti, che mi offre un Saharawi presso il ristoro. Sono coperti da un leggero strato di sabbia, sicuramente il Saharawi non si è lavato le mani da tempo ma a me sembrano divini, se mi faranno male lo scoprirò in seguito.

Vedo un tedesco poco avanti a me e decido di seguirlo, un po' correndo e un po' camminando. Fatto circa un chilometro il tedesco crolla a terra come se gli avessero tranciato i tendini delle gambe, comincia ad urlare, le gambe hanno movimenti inconsulti. Mi avvicino e mi pietrifico guardandogli le gambe, i muscoli non hanno più la loro forma, sembrano dei grumi di carne totalmente informi. Il tedesco urla, non oso toccarlo ma, per fortuna, proprio in quel momento vedo all'orizzonte una jeep dell'organizzazione. C'è un medico a bordo. Appena la jeep si ferma io riparto. Paradossalmente, in quel momento decido che debbo finire questa maratona.

Gli ultimi chilometri sono una sofferenza, alterno la corsa al passo secondo le condizioni del terreno ed i segnali che ricevo dalle mie gambe. A due chilometri dal traguardo la jeep del medico mi affianca e mi chiede se me la sento di arrivare in fondo, faccio segno "Ok" anche se la faccia probabilmente non è "Ok". Picchierei gli organizzatori quando, in vista del traguardo, ti fanno fare un lungo giro panoramico di L'Ayoun, ma oramai è finita.

L'ultimo chilometro è un delirio, regalo le barrette rimaste ai bambini che sono ai margini del percorso, mi fermo a regalare il cappellino ad un bambino che applaude, imbocco il rettilineo d'arrivo con tutta la gente che applaude. Le sensazioni degli ultimi duecento metri non le so raccontare:endorfine, adrenalina, fuochi d'artificio, quello che mi succede dentro è irracontabile; l'unica immagine chiara e lucida è lo striscione del traguardo e il pensiero "Ma allora ce l'ho fatta davvero!". Sono passate circa quattro ore e quaranta minuti dal via.

Dopo l'arrivo il giudice di gara americano mi fa sorridere invitandomi ad unirmi agli altri algerini appena arrivati, capisco che la mia facies mediterranea lo ha ingannato. Gli altri italiani mi fanno una gran festa, scopro che sono arrivato terzo italiano, che Bruno ha quasi raggiunto Leo in crisi ed entrambi hanno concluso la gara una ventina di minuti davanti a me. Parlo rapidamente con Leo e Bruno, le sensazioni sono le stesse, siamo stanchi ma ci ridono gli occhi. Sebastiana (che ha organizzato questo viaggio e verso cui sono debitore per questa esperienza) mi viene incontro e mi chiede se l'anno prossimo rifarò la maratona: calma, riparliamone fra qualche ora.

Incontro il vincitore, l'algerino Rabah Ouail, è alla sua prima maratona ma ha gareggiato altre volte in Algeria sopratutto nel deserto, ha chiuso la gara in 2:59 davanti allo spagnolo Juan Carlos Montero, che vanta un personale di due ore e undici minuti, e che qui ha fermato il cronometro a 3:17. Solo i primi sette atleti hanno chiuso la gara sotto le quattro ore. Arrivano gli altri italiani: il montanaro Pietro apparentemente freschissimo, Fausto e Mattia distrutti ma raggianti, Gianfranco con il suo zaino quasi da autosufficienza e Vittorio e Carla che (spinti dalle nostre urla) finiscono la gara avvinti in un bacio appassionato. Per la cronaca questi sono i piazzamenti e i tempi degli italiani in gara: 22. Rambaldi Leonardo 4:24.11; 24. Bonfiglioli Bruno 4:24.38; 39. Carnevali Massimo 4:48.02; 58. Magliani Gianpietro 5:13.36; 71. Viviani Fausto 5:45.58; 72. Durli Mattia 5:45.59; 76. Zanata Gianfranco 6:02.34; 86. Tampellini Vittorio 6:43.03; 87. Baldi Carla 6:43.03.

Il resto è il pranzo tutti assieme nella scuola del villaggio (dopo aver aspettato l'arrivo dell'ultimo maratoneta), la stanchezza che ti arriva addosso di colpo e il trasferimento nelle tende delle famiglie Saharawi di L'Ayoun che ci ospiteranno per la seconda parte del nostro viaggio. A mezzanotte ci ritroviamo a partecipare al rito del tè con la famiglia che ci ospita. Capiamo che qui comincia tutta un'altra storia.

Vivere con i Saharawi

Dopo la maratona c'è la stanchezza e c'è la famiglia Abdom Muhamed che ci accoglie; la cena è l'occasione per cercare di scambiare le prime parole con loro. Il vincolo della lingua è fortissimo, lottiamo con un po' di francese e un po' di spagnolo e, incredibilmente, ci capiamo.

Questa gente vive faticosamente in un ambiente estremamente ostile, l'acqua è un bene prezioso, il cibo anche; nonostante ciò esprimono una pace ed una serenità d'animo che raramente puoi osservare nella nostra opulenta società. Il padrone di casa ha quaranta anni, quando il suo popolo fu cacciato dal Sahara Occidentale dall'esercito marocchino lui aveva quindici anni. Nell'invasione marocchina ha perso i genitori e si è trovato, giusto all'età in cui mio figlio si trova ad affrontare i problemi dell'adolescenza, a dover fuggire nel deserto con altri coetanei. E qui, nel deserto, lui e altri duecentomila Saharawi si sono ricostruiti una vita.

Guardi negli occhi questi uomini e queste donne e rimani colpito dalla loro serenità e dalla pace interiore che emanano, pace interiore che contrasta con la determinatezza e la risoluzione che li prende quando si parla della loro patria lontana, dell'esilio, della guerra (oramai fortunatamente ferma da dieci anni, ma congelata nell'immagine del muro fortificato costruito dal Marocco per difendere i nuovi confini) e sopratutto del referendum che dovrebbe restituirgli le loro terre e che l'Onu non riesce ad imporre. Quando si toccano questi argomenti la pace nei loro occhi diventa una determinazione ferrea e capisci cosa vuol dire per loro l'orgoglio di essere Saharawi e cioè "popolo del deserto".

Tutte le notti che passeremo qui a L'Ayoun ci ritroveremo in tarda serata a partecipare al rito del tè, con amici, ospiti o semplici passanti che si uniscono o lasciano la compagnia nella massima naturalezza. Ci guardiamo in faccia e non ci sembra vero che tutto ciò si stia svolgendo a non più di tre ore di volo da Bologna, e soprattutto che noi siamo lì, in mezzo a loro, e non ci sentiamo minimamente a disagio. Decidiamo di adattarci completamente alla loro vita e di non rifiutare mai niente, io cedo solamente l'ultimo giorno quando alle 8 di mattina ci portano tonno e cipolle, è troppo per me (ma non per Bruno e Mattia che spazzolano via tutto togliendoci dall'imbarazzo).

La natura

Per capire cosa vuol dire "natura" da queste parti, posso richiamare alla mente tre immagini. La prima è la tempesta di sabbia che ti si precipita in tenda in piena notte e ti trovi con la sabbia fra i denti ed esci dal sacco a pelo per aiutare Mattia che lotta per tappare ogni fessura con maglioni e coperte. La seconda sono le dune di sabbia bianca e finissima, dove ti metti scalzo e ti senti regredire al punto che fai le capriole nella sabbia e ti metteresti a fare anche i castelli di sabbia, se solo avessi paletta e secchiello. La terza è il cielo stellato quando tramonta la luna, e ti chiedi dove sono tutte quelle stelle quando sei a Bologna.

Il Museo della guerra

Non credo che un museo della guerra possa farti diventare pacifista. Quello di Rabuni però non può lasciarti indifferente. Quando prendi in mano una mina antiuomo. Quando ti spiegano che è fatta di plastica per non essere individuata dal metal detector e perché i frammenti non possano essere identificati dalle radiografie (producendo quindi maggiori danni). Quando ti dicono che costa poco più di un dollaro comprarla e posarla, mentre ne occorrono oltre duemila per eliminarla dal terreno. Quando vedi il marchio "Made in Italy" e pensi che c'è gente come te che, a duecento chilometri da casa tua, passa la giornata a costruire questi oggetti poi va a casa e cena con i figli. Magari non ha trovato nessun altro posto di lavoro e deve sfamare una famiglia, però sai che tu non ce la faresti a guardarti allo specchio la mattina sapendo la finalità del tuo lavoro. Allora pensi che viviamo in un mondo ingiusto, e questa sarà solamente la prima di molte volte che lo penserai in queste giornate, e ancora non lo sai.

L'ospedale di Rabuni

L'ospedale è un altro pugno allo stomaco che ti fa vacillare. Non occorrono molte parole per descrivere quello che troviamo quando andiamo a fare i sopralluoghi per il montaggio dello studio dentistico e per la consegna dei medicinali. La dentista Saharawi ha studiato a Madrid, è molto carina e gentile ma l'ambiente che ci circonda lascia il segno nelle nostre coscienze. Leo e Sandro, i due specialisti della missione, escono dalla giornata molto provati. Le sensazioni oscillano fra la rabbia, il senso di impotenza e la rassegnazione. Queste cose si sono viste tante volte in televisione e si sono lette sui giornali ma, toccarle con mano, è tutta un'altra cosa.

La scuola

La scuola di per sé non impressiona più di tanto. È vuota, enorme (ospita oltre duemila bambini dai sei ai tredici anni con la formula del collegio a tempo pieno), in questi giorni c'è festa nazionale perciò non ci sono bambini; ci limitiamo a lasciare il materiale in un container che funge da magazzino.

Ripensandoci, quello che colpisce è che un popolo che vive in condizioni così estreme, dove il cibo e l'acqua sono ancora un'emergenza del quotidiano, si sia dato un obiettivo così elevato e cioè quello di ridurre a zero l'analfabetismo. Tutti i bambini Saharawi hanno sette anni di istruzione di base garantita. Alcuni di loro (soprattutto le donne) potranno continuare a studiare nella "scuola dell'artigianato" dove impareranno a fabbricare tappeti, tessuti, bigiotteria e, in futuro, se andrà in porto un progetto specifico, a programmare computer. Altri potranno usufruire di borse di studio di vari paesi (Cuba e la Spagna sopratutto, ma anche l'Italia e gli Stati Uniti) per completare gli studi universitari e tornare in patria con l'obiettivo di costruire un'infrastruttura produttiva locale.

Il fatto di avere in tenda con noi Federica (sorella di Mattia, giovane, carina, biondissima e di carnagione chiara) ci consente di conoscere buona parte dei giovani del luogo. Conosciamo un veterinario laureatosi a Cuba (dove confessa di aver apprezzato il rum in barba alla sua fede musulmana) che è tornato per aiutare la sua gente a migliorare la resa degli allevamenti di ovini. Da lui impariamo molte cose sull'organizzazione dell'istruzione del popolo Saharawi. L'obiettivo finale rimane quello di diventare indipendenti ed essere in grado di autosostenersi come nazione nel momento in cui potranno rientrare nei loro territori.

Dopo queste razionalizzazioni positive della situazione, i bambini mi colpiscono allo stomaco di sorpresa, durante la sfilata delle scuole, nel momento di massima gioia e di grande festa. Vedo i bambini sfilare con i palloncini, guardo negli occhi i loro coetanei ai lati della parata e all'improvviso mi rendo conto delle prospettive di vita di questi bambini, di cosa mangeranno nei prossimi mesi, di cosa potrebbe succedergli nel momento in cui si ammalassero di una qualsiasi malattia che da noi si curerebbe in pochi minuti. So che rispetto ai "ninos de rua" brasiliani o rispetto a certe situazioni dell'India o della Bolivia sono comunque dei privilegiati, ma questo non fa che peggiorarmi lo stato d'animo. E allora ti viene l'attimo di angoscia, ritorni a pensare che viviamo in un mondo ingiusto.

E adesso?

Ci sarebbero molti altri momenti da raccontare: tutti gli incontri politici e ufficiali del viaggio, la cena con il Governatore di L'Ayoun, il discorso del presidente della Repubblica Saharawi durante la festa, l'incontro con il dottor Patch Addams (il medico clown immortalato da Robin Williams in un recente film), le chiacchiere con Jeb (l'americano che ha organizzato la maratona, tanto casinista e confusionario quanto deciso e determinato nei suoi obiettivi umanitari), le lacrime della signora Abon Muhamed quando siamo partiti. Probabilmente la catarsi finale del viaggio è quella che si svolge alle due di notte ad Algeri, sulla stessa terrazza dell'albergo dove all'andata ci eravamo immortalati con l'autoscatto, con lo zoccolo duro dei partecipanti al viaggio che discutono, incuranti dell'ora tarda, di politica, di filosofia e di cosa significa vivere in un mondo fatto così.

Le parole potrebbero essere ancora tante ma non sono il mio mestiere e, a questo punto mi fermo; lascio che ognuno mediti su quanto ha letto finora dentro se stesso e, magari, l'anno prossimo sia dei nostri. Un ringraziamento alla mia famiglia che mi ha sopportato durante la fase di preparazione e che si è organizzata per farmi fare questo viaggio. Un ringraziamento a Leo e Sebastiana per aver reso possibile questa trasferta.



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