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Alla Boa Vista Ultramarathon Morro da Areia con Sabine Borrè


 

Finalmente il piccolo bimotore sul quale ci siamo imbarcati a Sal tocca terra a Boa Vista, meta sospirata e temuta nei lunghi mesi di duro allenamento. Ma una volta arrivati sull'isola e dopo aver incontrato gli amici organizzatori, tutte le paure si disperdono. Sono arrivata qui, sana e salva, senza aver riportato alcun infortunio in allenamento, in piena forma di spirito e di corpo, pronta per la grande avventura. Con l'aereo successivo giunge anche mia figlia Francesca, per la prima volta testimone diretta delle follie materne.

Passata la giornata di acclimatazione, superato il controllo degli zaini sotto gli occhi attenti dello staff organizzatore e medico, ecco la levataccia del giorno di gara, alle 5 del mattino. Mi vesto con tale cura da far pensare alla vestizione di un torero. Nulla deve essere lasciato al caso: abbigliamento ed equipaggiamento devono essere in perfetto ordine. Il primo shock della giornata lo ricevo durante la colazione. Mi pare che tutti gli altri siano più in forma, attrezzati meglio di quanto lo sia io: c'è chi sfoggia ghette, chi strane costruzioni per reggere le borracce, chi curiosi copricapi. Mi spavento subito. Mia figlia, con logica stringente: "Mamma, loro ce l'hanno, tu non ce l'hai".

Quasi tutti, prima di partire, si portano via una fetta di pane casareccio. Almeno, quella la posso avere anch'io! Con mezzi messi a disposizione dagli organizzatori raggiungiamo la partenza al centro di Sal Rey, dove mi prende il mio solito attacco pre-gara: "Ma chi me lo ha fatto fare? Ma perché sono venuta? Perché devo correre? Stavo tanto bene in albergo". Mi siedo, silenziosa e preoccupata, mentre vengono scattate le prime foto e l'attesa diventa sempre più difficile da sopportare. Finalmente lo sparo della partenza.

Ci troviamo subito di fronte ad una salita: raccomando a me stessa di iniziare piano. Dopo un po', finisco distaccata. Ma quanto pesa lo zaino e quanti chilometri ci sono ancora da percorrere! Passiamo davanti all'albergo, uno spettatore commenta: "Vedi, quella" (ovvero io) "già non ce la fa più". Nel mio intimo non gli do poi tanto torto. Ogni inizio è difficile. Continuo a correre, presto mi ritrovo davanti ad un'altra bella salita. In cima scorgo una sagoma che mi aspetta. È così che incontro Paola, che mi propone di continuare la gara insieme: ormai, infatti, siamo le ultime. Accetto volentieri e dopo un po' vediamo la prima insegna con una grande freccia bianca. La seguiamo e ben presto ci rendiamo conto di esserci perse. Condividiamo lo stesso problema di vista e una certa difficoltà nel maneggiare bussola e roadbook. Ancora piene di energia, cerchiamo di ritrovare la strada giusta correndo su e giù per le colline. Finiamo in un deposito di spazzatura. Ci siamo perse così presto... che si tratti di un monito a non continuare? Ma no, non se ne parla neanche.

Finalmente ritroviamo la strada. In lontananza scorgiamo il relitto dove è anche previsto un controllo dei pettorali. Proseguiamo faticosamente lungo la spiaggia: la sabbia è morbida, affondiamo ad ogni passo. Ci sembra di intravedere la jeep del controllo pettorali, ma mentre ci avviciniamo sparisce. Un'allucinazione?

La difficoltà di orientamento non ci impedisce comunque di goderci il paesaggio meraviglioso, la piccola oasi circondata da palme, i colori tenui e la limpidissima aria desertica. Anche il forte vento nulla può contro la nostra gioia quando incrociamo la jeep degli organizzatori: veniamo informate che il primo posto di rifornimento è ormai vicino. Resta ancora tempo per accordarci insieme su come spiegare il fatto di esserci subito perse. Ci vergogniamo un po', ma in fondo siamo alla nostra prima esperienza in questo genere di gare. Ci fermiamo per rifornirci di acqua e apprendiamo che anche concorrenti più esperti hanno sbagliato strada e che siamo solo penultime perché c'è già stato un ritiro.

Dispiaciute per il compagno, ma con morale più alto, ripartiamo dopo la breve sosta. A causa degli errori commessi abbiamo perso tempo e forze, ma non animo. La temperatura sta aumentando, il vento continua a scuoterci. Ora ci aspetta la tappa del deserto. Attraversiamo un paesino, le strade sono deserte, le finestre chiuse: la gente "normale" a quest'ora pranza o fa la siesta. Noi continuiamo ad avvicinarci al deserto. Seguiamo fedelmente le indicazioni del roadbook e ben presto ci ritroviamo tra le dune. Provvidenzialmente incrociamo la jeep degli organizzatori che, per la seconda volta, ci rimandano sulla giusta strada. Come orientamento, ci indicano una palma. Nessun problema, ripartiamo di buona lena e fortunatamente la sabbia si rivela molto più dura di quanto avessimo immaginato. Quindi: via! Anche la palma non sembra poi tanto lontana.

In realtà, più strada facciamo, più ci appare lontana. Improvvisamente ci troviamo di fronte ad una duna gigantesca, ripida, insuperabile: ora è chiaro perché la gara si chiama "muro di sabbia". Come fare? Dobbiamo per forza arrivare alla palma! Paola, che ha esperienza di montagna, suggerisce di camminare lateralmente. Io vorrei tanto, ma lo zaino no; dopo quattro passi decidiamo di cercare dune più accessibili, anche se sarà necessario allungare. Superiamo le dune letteralmente a quattro zampe, a mo' di cane. Mi sento davvero frustrata. Ne superiamo parecchie, ma la palma è sempre lì che ci aspetta, sembra quasi che ci faccia le boccacce. Saranno il caldo e la fatica...

Qualcuno mi aveva detto che nella limpida luce desertica può accadere che mete lontane sembrino vicine. Mi dico: lo sapevi dapprima, quindi, stringi i denti e vai avanti. Ma lo zaino, il busto ortopedico al quale sono costretta dopo un intervento chirurgico, pesano e si fanno sentire. Loro non aiutano davvero a scavalcare le dune! Finalmente: la palma è a portata di mano. Per continuare, dobbiamo girare di novanta gradi. Una tragica certezza: entrambe dobbiamo aver dormito durante le lezioni di geometria! Il caldo aumenta, il vento ci scuote; le scarpe sono piene di spine, le gambe graffiate fino alle ginocchia. Ci rendiamo conto di esserci perdute nuovamente. Anche dell'amica jeep nessuna traccia. Si è verificato uno dei miei peggiori incubi: perdermi nel deserto durante le ore più calde. Ma dove è la paura, dove è il panico? Niente. Ci mettiamo a ridere. Un sorso d'acqua, un cubetto di parmigiano e avanti. Non dico che, a causa dello zaino, sto accusando forti dolori alla spina dorsale.

Come per miracolo, ad un certo punto, ritroviamo quella che riteniamo essere la rotta giusta, mentre in lontananza scorgiamo due sagome su un dirupo. Paola pensa che siano altri concorrenti, mentre io penso che siano pastori, dal momento che si trovano completamente fuori rotta. Arriviamo al secondo posto di ristoro. Apprendiamo che la nostra posizione in classifica è ulteriormente migliorata. Ci sediamo all'ombra di qualche cespuglio. Con un coltello mi tolgo le spine dalle gambe e dai lacci delle scarpe; mi cambio i calzini pieni di spine. Nel frattempo sono stati recuperati i "pastori", che si sono rivelati concorrenti, c'è grande allegria.

Nessuno sembra prendermi sul serio quando dico di pensare al ritiro, per evitare un'altra volta i ferri del chirurgo. Intanto qualcuno comincia a raccontare barzellette. Io le odio. Stringo denti e zaino e me ne vado trotterellando. Voglio fare un'altra tappa, penso ai tanti sacrifici durante gli allenamenti, rifiuto di ritirarmi dopo essere venuta così lontano, dopo due sole tappe. Alla fine di una lunga salita rallento, di nuovo non sono sicura della rotta, aspetto gli altri. Continuiamo la strada insieme. Uno dei nostri compagni è costretto a ritirarsi per problemi fisici. Per fortuna ci troviamo in un paesino, lo lasciamo indietro con animo tranquillo, manderemo qualcuno più tardi a riprenderlo.

Ora il cammino è pieno di pietre. Al mio mal di schiena si aggiunge il dolore per le vesciche. Ragiono: c'è dolore e dolore, quello che fa solo male e quello che minaccia la salute. Così mi convinco che le vesciche non contano. Ed è meglio così. La via si fa sempre più impervia. Incombe anche il buio. Gli organizzatori ci avevano detto che, a partire dalle 18, avremmo dovuto infilare un bastoncino luminoso sulla spalla sinistra, così avrebbero potuto individuarci in ogni momento. Anche il nostro compagno ha problemi con lo zaino. Ogni tanto lo vediamo barcollare. Decidiamo che Paola sarebbe rimasta con lui, mentre io sarei andata avanti in perlustrazione. Detto e fatto.

Vorrei essere una capra: discesa ripida, cosparsa di rocce. Tenendo sempre d'occhio i miei compagni arrivo in una sorta di gola. Ormai sono le 18. Puntualmente tiro fuori il bastoncino luminoso, lo spezzo, non si accende, fuoriesce invece il liquido tossico. Cerco di pulirmi le mani nella sabbia, il peso dello zaino mi fa perdere l'equilibrio e cado. Intanto il buio cala, la mia disperazione aumenta. Per fortuna ho portato una piccola torcia di riserva, segnalo la mia presenza, scorgo le luci dei miei compagni che si avvicinano. Utilizzo l'attesa per controllare il roadbook che ci invita a procedere lungo la spiaggia, costeggiando il villaggio abbandonato dei pescatori. Ma dove sono? Al buio non vediamo nulla. No, non è vero, in lontananza intravedo una luce. Speriamo che siano "i nostri". Mi rivolgo a Paola: "Nostri o non nostri, per me quella è la fine dell'ultramaratona di Boa Vista. Dove c'è luce c'è gente e lì mi fermerò".

E così è stato. Per la prima volta in vita mia non sono riuscita a portare a termine una gara. Ho sempre avuto timore per i risvolti psicologici causati da un abbandono in gara. Avevo paura che non avrei saputo gestire la rinuncia. Ebbene, il deserto mi ha insegnato anche questo: non è andata come previsto, non prenderla come una sconfitta, ma come una lezione. Un collezionare preziose esperienze. Per me è comunque stata un'avventura meravigliosa, un viaggio dentro e fuori me stessa, la prima gara con mia figlia accanto, l'incontro con tanti nuovi amici con cui condividere la mia passione per la corsa nel deserto.

Ora mi alleno per una nuova corsa nel Sahara tunisino. Ma, questa volta, senza lo zaino.


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