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Alla Desert Marathon con Maurizio Doro

Sono sul pullman già da qualche ora, abbiamo fatto solo alcune centinaia di chilometri e l’angusto spazio tra i sedili nonostante sia di lusso comincia a farsi sentire, la schiena duole e i muscoli delle gambe hanno bisogno di muoversi. Anche l’aria condizionata sembra dar fastidio, non si vede l’ora di arrivare alla meta perché lo stare così fermi stanca molto. Mancano ancora mille chilometri a Ghat. E questo fa venir da ridere se vi sto per dire che su questo pullman ci sono atleti che stanno per partecipare ad una ultramaratona in autosufficienza e orientamento di centoventi chilometri in uno dei deserti più affascinanti e spettacolari l’Akakus. Cosa spinge questo pugno di uomini a partecipare a una gara così estrema?

Ci siamo incontrati a Roma l'appuntamento era all’aeroporto e Paolo Zubani, nostra luce e guida, ci aspettava in uno smanicato blu con la lista preordinata. Qualcuno lo conoscevo già dalle esperienze precedenti, altri li sto conoscendo ora in pullman. Il trasferimento è molto lungo, infatti per via dell’embargo che subisce la Libia l’ingresso in questo Paese è permesso solo via terra e così il nostro viaggio in pullman parte da Djerba in Tunisia al confine libico, poi siamo consegnati ad una scorta di militari che ci accompagnerà per tutta la permanenza sul territorio evitando così fastidiosi contatti e perdite di tempo ai vari chek-point distribuiti lungo la strada.

In un lato del pullman si chiudono le tendine, per ripararsi da un sole implacabile, così da oscurare un po' l'interno: molti, come accade nei lunghi viaggi, si addormentano con la bocca aperta. Siamo tutti curiosi, ci scambiamo impressioni e vogliamo conoscere le avventure degli altri. Quando le racconta uno gli altri ascoltano e fanno domande e ad ognuno di noi sembra che le sue siano eccezionali, incredibili, poi è il turno di un altro e il ruolo si inverte. C'è di tutto: chi attraversa i deserti in jeep, chi in moto, chi in bici, chi corre nella jungla, chi ha fatto il doppio o il deca-Ironman. Ora a tutti noi tocca attraversare il deserto a piedi.

C’è anche un videoregistratore che fa girare le immagini della "Marathon des sables" disputata in Marocco. Qualcuno si riconosce e ci sono grida ed applausi. Anche gli assistenti libici poco a poco si rivelano cordiali, simpatici e partecipano anche loro alla bagarre ed a volte - quando la noia e la stanchezza sta per prevalere - intonano canti. La sosta nelle vicinanze di Tripoli in un grande dormitorio scout spezza il viaggio ma sono solo cinque ore di recupero per cui si pensa solamente di rimediare un posto in qualche letto a castello nella grande camerata e a dormire subito.

La mattina con gli occhi ancora gonfi ci scambiamo i primi buongiorno e ci ritroviamo nella sala mensa per un'abbondante colazione. Per un giorno intero il pullman macina chilometri e chilometri su un buon asfalto e attraversiamo tutta l’area desertica del Nord incontrando di tanto in tanto piccoli villaggi impolverati, sufficiente motivo per una sosta per sgranchire i muscoli.

Finalmente siamo a Ghate, è buio, la strada asfaltata è finita e il pullman prende disegna improbabili zigzag lungo una pista sabbiosa per qualche chilometro. Grandi nuvoloni di polvere si alzano, ma in lontananza si intravedono le luci del campo, eccoci tutti schiacciati sui vetri con gli occhi puntati, ci siamo!

Il campo è piccolo ma molto ordinato e ben organizzato. Patrizio ci accoglie con un abbraccio e ci indica alcune tende berbere nere dove alloggeremo. In questi primi giorni di preparazione e controlli qualcuno inizia a fare i primi passi e qualche corsetta sulla piana, altri passeggiano sulle dune incominciando a familiarizzare con l’ambiente, sintonizzandosi sulle nuove lunghezze d'onda. Ho un po' di nausea, sono intontito, ma è normale mi dice Patrizio: sia lui sia gli altri assistenti del campo qualche giorno prima hanno avuto la febbre. Agli organizzatori abbiamo consegnato tutto il nostro bagaglio, che ritroveremo poi all’arrivo. Spero. Rimane solo lo zaino con l’autonomia di tre giorni ed il sacco a pelo. Ricontrollo, rismonto, rischiaccio il materiale ed alla fine sono poco meno di quattro chili. Sono pronto, il domani non mi coglierà di sorpresa. Alla sera nel sacco a pelo penso a questa gara, l’ho cercata, desiderata, il deserto è un ambiente che mi è particolarmente caro. Lo sento vicino, l’esperienza acquisita attraversando la zona desertica del Tibet e del Pamir, l’arido deserto di Atacama in bici in solitaria e la "Marathon des sables" in Marocco mi rendono sicuro e hanno fatto crescere in me il desiderio di provare un’altra emozione molto forte. Tutto è silenzio e calma, dalle varie tende si sente bisbigliare, racconti di spedizioni, di viaggi, noi invece parliamo di stelle e di costellazioni, poi tutti a nanna.

La mattina della partenza il campo viene completamente smontato e Patrizio, a bordo della moto staffetta, ci fornisce le ultime istruzioni e noi ci sistemiamo ben stretto lo zaino tirando gli spallacci e fissando forte il marsupio. Alle nove si parte e il gruppetto, che corre in direzione "cap 270", incomincia ad allungarsi e a sparpagliarsi. A questa prima edizione partecipiamo in trentuno, pochi davvero, ed i centoventi chilometri ci isolano inesorabilmente l'uno dall'altro. Cosa che comunque mi rende euforico perché questa gara ha il sapore della vera avventura. Non è collaudata e gli imprevisti sono una componente che si mescola alla fatica e alla solitudine. Io voglio correre solo, farla mia questa avventura. Non ho ancora preso il mio ritmo fisico e mentale che dopo un'ora mi rendo conto di non essere nella direzione giusta. Ad un primo villaggio dovevo girare a sinistra, non l'ho visto e così mi ritrovo su una larga pista oltre alcune rocce. Stiamo correndo in prossimità del confine con l'Algeria. Un dubbio m'assale: ho sconfinato. Per un attimo questo luogo mi comunica strane sensazioni, angoscia, ansia, paura. Perché, pur tornando indietro, non troverei più nessuno al campo (e nemmeno il campo, per la verità). Mi sento veramente solo. Cerco di mantenere la calma, controllo la bussola e la cartina, così decido di fare un ampio cerchio all'indietro ed in direzione del primo controllo, in modo da poter trovare le tracce di chi mi ha anticipato. Dopo trenta minuti ci sono ed arrivo ben presto al controllo per il rifornimento d'acqua.

La bellissima formula della gara è quella di non avere un road-book completo, ma di trovare le indicazioni del percorso ogni venti chilometri, da un controllo all'altro, sulle bottiglie. Alcuni atleti sono fermi, io prendo le bottiglie e via. È molto caldo e si corre su sentiero battuto. Mi fermo volentieri a fare alcune foto e qualche volta esco dalla pista per esplorare per qualche centinaio di metri alcune piccole valli, intrufolandomi tra rocce e dune. Mi alzo su un altopiano roccioso, dove è situato il secondo controllo. Qualcuno si è fermato a mangiare. E si parla della guida libica che è stata punta da uno scorpione mentre smontava il campo di partenza. Dicono che la zona sia ricca di questi animali e di fare molta attenzione quando si corre sulle pietraie o ci si siede (ed è per questo che nel nostro zaino c’è anche un kit succhiaveleno obbligatorio). Io invece dopo aver forato la cartolina di plastica che si porta al collo per ritirare la propria razione d’acqua proseguo camminando mentre mangio formaggio, miele, biscotti e frutta secca, bevendo sali e integratori.

Corro molto piano su questo plateau sassoso che mi obbliga ad una grande attenzione; la fine mi sembra non arrivare mai, il sole è a picco sulla testa, non tira un filo di vento e la temperatura supera i trentacinque gradi. Di tanto in tanto mi fermo a bagnarmi la testa perché fa veramente caldo (sapendo delle difficoltà in questo tratto ho preferito prendere quattro litri e mezzo d’acqua) e mi giro, nessuno mi segue. Le piccole dune che vedevo in lontananza ora stanno crescendo, le loro curve sono dolci, mi sembra di vedere la schiena di un grande dinosauro.

Dopo qualche ora corro alla base di queste alte montagne; è faticoso e sono in salita, le scarpe sono piene di sabbia, la sento entrare ad ogni passo ma vedo il controllo numero tre, resisto e arranco sull’ultima grande duna. Sotto la tenda berbera Marco sta mangiando ed Aldo è steso a braccia e gambe aperte; ha dei giramenti e nausee dal grande caldo. Ci scambiamo solo poche parole. Gli assistenti sono molto gentili e premurosi, anche per loro è una bellissima esperienza e per la prima volta si sono avvicinati ad un nuovo ambiente poco conosciuto, non solo sport ma avventura, contatto estremo con l’ambiente, ricerca di nuovi confronti, la fatica viene dopo. Seduto in un angolo, dopo che mi hanno aiutato a togliere lo zaino, guardo la sabbia uscire silenziosa dalla scarpa, quanta! Controllo i piedi, sono gonfi ed è per questo che utilizzo scarpe un numero più grandi, neanche una vescica, cambio le calze e sono pronto a proseguire, mi sembra di non essere neanche stanco e sono solamente a metà percorso. Un continuo su e giù come le onde del mare mi isolano e anche se mi giro vedo solamente per qualche centinaio di metri.

È ormai qualche ora che corro in questo deserto. Ho lasciato il mio paese, le sensazioni e i ricordi sono come cancellati dalla mia mente, non ricordo più le voci e i visi dei miei amici, i problemi mi sembrano cosi lontani, mi sono completamente integrato in questo ambiente, correre fa parte del mio stare qui e lo continuo a fare ancora un po’, ancora un po’ ogni minuto e solamente quando incomincio a sentire un po’ di freddo ed a vedere la mia ombra allungarsi sulla pista capisco di aver corso tanto.

La seconda parte del percorso è solo sabbia, a volte si sprofonda molto, con molta regolarità bevo e mangio, i colori delle dune e le ombre si fanno caldi. È il tramonto. Incontro Patrizio, mi chiede come sto e parliamo un po' del percorso. È stanco anche lui, teso sempre sulla moto. Con un po’ di luce faccio l’ultima duna, sembra un muro altissimo, quando scendo dall'altra parte quasi cado. Come un serpente seguo la pista ed entro fra le rocce. Un po’ cammino un po’ corro, l’orientamento si fa difficile. Le rocce si aprono all’orizzonte e la luna mi appare come un incanto, è un bellissimo occhio luminoso, mi abbandono, mi siedo e mi commuovo. Le ombre danzano tra loro ed io posso continuare senza il frontalino; le paure e le tensioni scompaiono, la pista mi sembra di conoscerla da sempre, non ho paura di essere solo, questa solitudine è materiale e ricercata, l’ho voluta ed è meno pericolosa di quella psicologica che a volte si vive in mezzo agli altri. Ora i miei amici sono le distese infinite che accecano, le rocce, le dune. Creo continuamente sogni forse per non pensare alla fatica, al freddo, al dolore, e vengo svegliato bruscamente quando vedo da lontano le luci delle tende e gli assistenti ai controlli, ma è un piacere perché so che il rifornimento d’acqua è assicurato.

Gli ultimi controlli mi sono sembrati cosi vicini che mi ritrovo con gli assistenti al centesimo chilometro a chiacchierare della fine della gara all’apparenza ormai imminente. Loro indossano giacca in piumino e berretto; c’è anche vento, mi chiedono se ho freddo ed io rispondo che non lo sento e poi mi mancano solo venti chilometri! Ho riempito solamente meta borraccia e sono ripartito in pantaloncini e maniche corte anche se nello zaino avevo la maglia di pile. Incontro la jeep di Gianni con qualche ritirato, mi fanno i complimenti, mi sento protagonista. Ho ancora grande energia ma pian piano mi accorgo che le soste per togliere la sabbia dalle scarpe sono molto frequenti ed il rialzarmi ogni volta diventa faticosissimo.

Gli ultimi quattro-cinque chilometri li faccio al rallentatore e mi insinuo fra le rocce. Non so se per la stanchezza, la fame, la sete, il sonno, le allucinazioni, la commozione ma su tutte queste rocce la luna scolpisce volti e figure. Vedo gnomi, elefanti, indiani e la testa gigantesca di un simpatico maialino che sembra lontana e irraggiungibile. Mi sembra di sentire anche delle voci ma è solo il vento che mi sfiora. Cammino trascinandomi e dopo quattro ore si vede la lampada stroboscopica che indica la zona di arrivo, bisogna superare un'ultima duna, quasi non la vedo e ci sbatto contro; la supero arrampicandomi anche con le mani. Dalla sommità vedo il campo illuminato sotto un arco naturale, un monumento stupendo.

Tutta l’energia è nell’ultimo scatto mentre supero il traguardo tra gli applausi, i complimenti e gli abbracci reciproci dei compagni. Lo ricordo ancora con grande sentimento e rispetto mentre da solo di sera corro sui ghiaioni delle spiagge del lago di Garda dove vivo. È stata una settimana molto viva e intensa per convivenza e confidenza, trascurando completamente lo stato sociale delle persone di fronte, tutti ci siamo data una mano senza pensare alla performance; il solo desiderio era quello di conquistare il nostro Akakus. Qualcuno è arrivato il giorno dopo malconcio ma ugualmente contento. Un grazie di cuore a Paolo e Patrizio, a tutto lo staff, ai cuochi, aiutanti e agli amici di avventura in particolare Eris.


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