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Alla Ultra Mirage El Djerid 100km con Maurizio Colombo

Verso i trenta anni avevo posto nel cassetto due sogni che mi sarebbe piaciuto realizzare prima di chiudere la mia attività agonistica: il Passatore ed una maratona nel deserto. Ebbene, entrambi questi sogni sono stati realizzati a fine maggio e a fine settembre di quest'anno, anche se la gara nel deserto non è stata una maratona ma... una centochilometri in tappa unica: la seconda edizione della "Ultra Mirage El Djerid 100km", a Tozeur, nel sud del Sahara tunisino.

Tutto cominciò a febbraio quando un amico mi inviò tramite Facebook il volantino di questa gara con una didascalia: "Andiamo?? Se vieni anche tu, mi iscrivo". Gli risposi che mi stava tentando e che la corsa nel deserto era sempre stato un mio sogno.

Purtroppo, non avevo mai provato l'esperienza di correre una centochilometri (ero arrivato al massimo a sessanta chilometri) e la cosa un po' mi preoccupava. Fu così, allora, che decisi di iscrivermi al Passatore cogliendo anche l'occasione che a tale gara si erano iscritti diversi soci del Road Runners Club Milano. Mi ero quindi prefisso che se la gara tosco-romagnola fosse andata bene... mi sarei iscritto anche alla gara nel deserto. E ciò avvenne; e dopo qualche giorno ricevetti la conferma dell'avvenuta iscrizione!

Avevo quattro mesi a disposizione per preparare questa competizione. Una preparazione che non doveva essere solo fisica e mentale ma anche nell'abbigliamento tecnico e nel materiale necessario per affrontare la gara, soprattutto per quanto riguardava l'alimentazione.

Cominciai la preparazione affrontando gare impegnative: maratone con molte salite e con zaino in spalla e soprattutto ravvicinate tra loro arrivando a correre tre maratone in tre giorni consecutivi al lago d'Orta e, sempre sullo stesso lago, una ultra di cinquantasei chilometri ed una maratona il giorno successivo; allenamenti da fine luglio e per tutto il mese di agosto nelle ore più calde della giornata e a settembre di sera per abituarmi alla corsa notturna, per concludere la settimana prima del deserto con una sei ore a Lupatoto su un circuito di un chilometro e mezzo proprio per tenere allenata la testa. Al termine di tutto ciò, mi sentivo pronto: bene fisicamente, ma soprattutto mentalmente.

Ed ora la gara: come detto, cento chilometri in un'unica tappa in semi-autosufficienza con cancelli orari e rifornimenti ai chilometri 20-35-50-65-80, con un tempo massimo di venti ore.

Si parte alle 7 del mattino dal sito dove vennero girate alcune scene di uno degli episodi di "Guerre stellari" (Episodio I: La minaccia fantasma) a circa quaranta minuti di trasferimento dal centro di Tozeur, quindi già in pieno deserto. Si scorge l'alba durante il tragitto in pullman e al nostro arrivo sul luogo di partenza il colore giallo oro della sabbia che ti abbaglia, le dune e l'adrenalina che continua a salire, cominciano a regalarti le prime emozioni. Fervono i preparativi: consegna del GPS per permettere il tuo rilevamento, riempimento delle borracce, consegna sacca indumenti, toilette, spalmamento di creme solari e anti-fregamento a go-go, interviste da parte delle televisioni locali, una fugace visita al sito cinematografico e... il timore di aver dimenticato qualcosa!!

Veniamo richiamati sulla start line: siamo in 130 provenienti da 23 Paesi stranieri e alle 7 in punto... si parte! Chi scherza, chi ride, chi urla, chi batte le mani: un mix di lingue e di razze si sentono e si vedono, ma tutto questo durerà ben poco. Dopo poche centinaia di metri il gruppo è già frazionato: comincia la corsa in solitudine ed il silenzio e la concentrazione hanno il sopravvento. Comincio a guardarmi intorno, a godermi il paesaggio; superi qualcuno e qualcun altro supera me. Corro già solo ma vedi comunque gli altri. Mi volto per vedere com'è la situazione dietro di me e conto circa una decina di altri concorrenti, rigorosamente in fila indiana. I primi venti chilometri scorrono quasi veloci su una pista ben battuta. Avevo preparato la gara in modo da correre fin tanto che il sole lo permetteva, camminare nelle ore più calde e riprendere la corsa al tramonto, sempre se le energie rimaste me lo permettevano. Alle 9:30 giungo al primo check point. I volontari mi aiutano a riempire le borracce, a chiedermi se va tutto bene e se ho bisogno di qualcosa. Mi chiedono se voglio sedermi su una sedia; rispondo "No, no, grazie, sto benissimo va tutto bene e vorrei ripartire". Così attenti e premurosi dopo soli venti chilometri... figuriamoci più avanti! Il sole comincia a farsi sentire. So che d'ora in avanti, fino all'ottantesimo chilometro, i rifornimenti saranno ogni quindici chilometri e mentalmente la cosa mi aiuta molto. Mi dico: "Quindici chilometri non sono poi così lunghi, basta gestire bene le risorse d'acqua". Ma l'euforia dura ben poco. Dopo un breve tragitto sempre sulla pista ben battuta, si devia su un lungo tratto di strada asfaltata, per fortuna in leggerissima discesa.

Sono passate da poco le 10:30 ed il sole comincia a non dare più scampo. Comincio ad alternare la corsa al cammino. Dopo qualche chilometro di asfalto si ritorna su una pista ben battuta che mi accompagna fino al trentacinquesimo chilometro dove è posizionato il secondo check point. Qui mi fermo per qualche minuto: il tempo di riempire le borracce, mangiare qualcosa, incontrare due italiani e scambiare qualche chiacchiera, ma soprattutto farmi bagnare testa e viso con una doccia-vaporizzatore veramente rigenerante. Si prosegue in compagnia di uno dei due italiani incontrati (Silvio) e, dopo pochi metri, come d'incanto, il terreno cambia radicalmente: non più pista battuta ma sabbiosa. Miraggio??? No, realtà! Diventa impossibile correre e anche camminare comporta non poche difficoltà; si cerca di mettere i piedi nella scia delle ruote lasciate dalle jeep ma, da una parte o dall'altra, uno dei due piedi sprofonda inesorabilmente nella sabbia. Cerco quindi di abbandonare la pista e di camminare ai lati della stessa dove la sabbia sembra più compatta, tra cespugli secchi pieni di spine. "Tanto ho le ghette che mi proteggono", mi dico... È un continuo camminare a zig-zag che ti consuma energie; il sole fa la sua parte: cocente ma non ti fa sudare in quanto umidità allo 0% (alla fine vengo a sapere che nelle ore più calde la temperatura aveva raggiunto i 41° all'ombra: peccato che di ombra non se ne sia mai vista). Mi fermo un paio di volte sedendomi sulla sabbia per svuotare le scarpe dalla stessa ma sembra che non sia servito a niente. La sabbia, che sembra farina, continua a farsi sentire all'interno delle scarpe.

Camminando per tutti i quindici chilometri, raggiungo il terzo check point a metà gara, nel pomeriggio pieno, verso le 15:30. Sono ormai quasi cinque ore consecutive che sto camminando sotto il sole. Il gazebo è pieno di atleti: chi si sta facendo massaggiare le gambe, chi si è addormentato, chi è alle prese con le vesciche, chi sta mangiando. Rivedo Silvio che era arrivato poco prima di me, sdraiato che si sta bucando due vesciche. La mia sosta si fa più lunga del previsto anche perché decido di svuotare nuovamente le scarpe e cambiare le calze. La sabbia, era penetrata anche attraverso le calze... Un volontario mi informa che il terreno sarà così sabbioso per altri sei/sette chilometri non di più. Solito iter: riempio le borracce, mangio qualcosa, doccia e riparto. Cerco, per questi pochi chilometri che restano di sabbia, di stare attento a non farla penetrare nella scarpe camminando inesorabilmente ai lati della pista. Vedo il cartello che segnala il sessantesimo chilometro e il terreno non è cambiato. E non cambierà fino all'arrivo al quarto check point al sessantacinquesimo chilometro.

Altri quindici chilometri interamente camminati... L'arrivo al check point coincide con il sole che sta tramontando e quindi la temperatura ormai è piacevole. Mi cambio gli indumenti e indosso una maglietta a manica lunga; sostituisco il cappellino con una bandana; mi lavo nuovamente i piedi e pulisco per bene scarpe e calze. Una ragazza volontaria che avevo conosciuto mi dice di consegnare a lei tutto ciò che non uso più, per alleggerirmi di peso; mi avrebbe fatto ritrovare il tutto direttamente all'arrivo. Nel frattempo arriva Silvio il quale non fa in tempo ad appoggiarsi alla sedia che comincia a rimettere ripetutamente. Viene fatto sdraiare su di una coperta. Io, dopo il cambio indumenti ed aver seguito il solito iter rinunciando al riempimento di una borraccia, mi avvicino a Silvio per incoraggiarlo e riparto. (Al termine della gara vengo a sapere che, suo malgrado, i medici, dopo avergli fatto una flebo, gli hanno impedito di proseguire la sua fatica). Alla mia ripartenza mi viene assicurato che ormai il terreno sabbioso era finito. Esco dal gazebo, cerco di riprendere a correre ma dopo un centinaio di metri vedo che pista sabbiosa si ripresenta. E così fino al settantesimo chilometro! Altri cinque chilometri di cammino continuo, quindi. Quando la pista diventa di nuovo compatta riprendo finalmente alternando corsa e cammino. Ad un certo punto, mentre ero in fase di cammino, vengo raggiunto da un'atleta tunisina che mi chiede se può approfittare della luce della mia frontale in quanto la sua si era scaricata e avrebbe trovato una nuova lampada solo al prossimo rifornimento. Aiutare gli atleti in difficoltà è la prima regola, quindi... altri chilometri di cammino continuo dato che mi aveva detto che non se la sentiva più di correre!

Quasi due ore di camminata insieme, prima di raggiungere il quinto ed ultimo check point, all'ottantaduesimo chilometro. Alcuni minuti per riprendermi, riempire nuovamente le borracce, mangiare qualcosa e sono pronto per l'ultima ripartenza. Mi attendono gli ultimi venti chilometri che so benissimo che saranno i più lunghi. Ma mi sento bene: la testa regge, le gambe pure nonostante le tante ore di cammino sulla sabbia, fiato sembra essercene ancora. Chiedo le ultime informazioni sul terreno e mi viene nuovamente assicurato che la sabbia è finita. Esco dal gazebo nel pieno della notte sotto un cielo coperto di stelle e una luna che da sola illumina il terreno. Comincio a correre ma dopo alcune centinaia di metri mi accorgo che la sabbia la fa ancora da padrona. Fino al traguardo sarà un alternarsi di sabbia, pista ben battuta, sassi qua e là, e fondo salato. Vedo delle luci in lontananza ma mi dico che non può essere il traguardo: è da parecchio, ormai, che corro e cammino e quelle luci sono troppo lontane. Sento delle voci poco davanti a me e riconosco gli amici portoghesi. Cerco di raggiungerli ma non riesco ad avvicinarli.

Tutto ad un tratto, dietro ad una duna di sabbia, si alza verso il cielo stellato una scia luminosa verde. Aggiro la duna, intravedo il villaggio in pietra dove vennero girate le scene di "Guerre stellari", sento gli applausi che accolgono l'arrivo degli amici portoghesi poco davanti a me e dopo pochissimo, gli applausi sono tutti per me. Dopo 18 ore e 43 minuti, il deserto era stato conquistato!!

Ciò che mi porterò dentro per sempre da questa esperienza, a parte l'aver realizzato un sogno, sono emozioni indescrivibili! Aver conosciuto tante persone di nazionalità diverse che condividono la tua stessa passione; per due giorni aver con loro scherzato, riso, scambiato opinioni, raccontato le proprie esperienze; aver conosciuto personalmente amici italiani che conoscevi solo attraverso i social... Ma una cosa su tutte resterà nel mio intimo: il deserto è misterioso, meraviglioso, imprevedibile e pericoloso, ma soprattutto unico per la sua influenza, che avuto su di me. Nel corso di questa impresa, ho visto sorgere il sole, ho sentito tutto il suo calore bruciare sulla pelle, l'ho visto tramontare dando alla sabbia colori incredibili, ho visto il cielo completamente ricoperto di stelle e una luna piena che con il suo sguardo ti proteggeva e lentamente ti accompagnava verso il traguardo. Onestamente, invidio poco chi ha chiuso la sua fatica ancora con la luce del sole perché non ha potuto godere di tutto ciò. Quante emozioni! Che esperienza!